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Nata da un esperimento nella linea Pleats Please, la borsa cult di Issey Miyake viene battezzata come progetto autonomo col nome Bao Bao solo nel 2000, un simbolico omaggio all’avveniristico Guggheneim Museum di Bilbao, progettato dall’architetto canadese Frank O. Gehry ed inaugurato nel 1997.

Una connessione con l’opera di Gehry non casuale, che mette in luce le ambizioni e la consapevolezza di aver congegnato un oggetto ad alto tasso di innovazione e bellezza.


Partendo da un principio tradizionale come l’origami, e da un tassello primario in PVC a forma di triangolo, la Maison Issey Miyake sviluppa un prototipo dalle illimitate potenzialità plastiche. Le placchette di PVC unite tra di loro con inedite tecniche matematico-tessili, plasmano un accessorio mutevole, che si modella in base al suo contenuto, a come viene indossato, o anche solo appoggiato. In un gioco costante di forme e riflessi, i colori vengono esaltati dai bagliori che il PVC stesso cattura e rispecchia.

Trattato alla pari delle migliorie carrozzerie automobilistiche, il piccolo modulo triangolare subisce infatti le stesse indelebili e spettacolari verniciature della Lexus, eccellenza della nota casa giapponese Toyota, in un gemellaggio pensabile solo dalla lungimiranza ideativa di Miyake.

Ogni minimo particolare di questo oggetto rimanda alla complessità che si cela dietro la sua progettazione. Grazie alle sofisticate tecnologie proprietarie messe a punto dalla Maison viene inoltre eliminato alla radice l’annoso problema dello scarto di produzione (qui del tutto inesistente) e il prodotto finale diviene un unicum al riparo da repliche e cloni mal realizzati.

Ennesimo colpo di genio di Issey Miyake che, tramite la linea BaoBao, nei suoi diversi modelli, dalle borse ai più basilari porta-chiavi, ha nuovamente reso la gioia del colore e le illimitate possibilità espressive della forma accessibili ed indossabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

…la scoperta delle Bao Bao continua sul nostro sito!


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Issey Miyake Spring/Summer 2014

Settantasei anni appena compiuti, di cui più di 40 spesi a fare ciò che da sempre di più lo appassiona, il designer. Non fashion designer ma più “semplicemente” designer come Issey Miyake preferisce essere definito. Durante la sua lunga carriera ha infatti progettato di tutto, dalle biciclette agli spazi espositivi, dai tessuti alle lampade, per lui design significa vita e progettare implica creare il tempo in cui viviamo.

Issey Miyake Spring/Summer 2014

Gli abiti sono quindi per Miyake un ulteriore strumento tramite cui sperimentare, esprimersi, divertirsi e portare gioia nel quotidiano. Sensibilità, curiosità e indubbia genialità l’hanno condotto all’individuazione di tecniche e materiali talmente innovativi che non hanno ancora avuto la possibilità di essere replicati da emuli o semplici copiatori. Agli inizi degli anni ’90 con l’avvio della linea Pleats Please, Miyake riesce ad avvicinare le sue creazioni, sia pure semplificate, ad un più vasto pubblico, operazione da cui prende le mosse una decina d’anni dopo un nuovo esperimento: Cauliflower, proprio perché la superficie del tessuto ricorda le textures del cavolfiore. E qui la trovata geniale di risolvere l’annoso problema dello sviluppo taglie. Un capo ne comprende tre e tutta la collezione esce in taglia unica.

Con la primavera-estate 2014,

Issey Miyake Spring/Summer 2014

Yoshiyuki Miyamae, la giovane mente creativa della Maison, trasforma la luce in elemento indossabile, attraverso un uso del colore e uno sviluppo della plissettatura che si enfatizzano a vicenda.

Issey Miyake Spring/Summer 2014

Dal bianco più luminoso al rosso scuro dell’imbrunire, attraversando l’azzurro intenso del cielo in pieno giorno, fasci di arcobaleno sfilano in passerella. La sperimentazione tessile sfida la forza di gravità con il plissé diagonale o addirittura a raggiera, determinando nell’abito drappeggi inimmaginabili, finora mai visti. Il tessuto di poliestere, normalmente un po’ lucido da sembrare un surrogato della seta, diviene opaco ed assume le sembianze del cotone. O l’ordito della maglia rasata leggera che, ad occhi attenti, confida la propria complessità di evolvere in tessuto plissé, senza soluzione di continuità.

Issey Miyake Spring/Summer 2014

Nel clima di invenzioni continue anche la colonna sonora partecipa ad amplificare lo stupore del pubblico. Il musicista giapponese Ei Wada crea infatti una sinfonia acustica con schermi televisivi trasformati in percussioni che, sfruttando la luce e le emissioni elettrostatiche, compongono una melodia fedele allo spirito innovativo di questo marchio, il cui sguardo è sempre proiettato sul futuro, anticipando nuove sfide e avveniristiche tecnologie per realizzarle.

Ei Wada Issey Miyake


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Marisa e Adriana, IVO MILAN

Che cos’è un abito?

È qualcosa che tutte le mattine scegliamo di porre tra noi e il mondo.

L’abito è un confine, ovvero una linea che separa due territori, ma che al tempo stesso li unisce: è il punto in cui due territori si incontrano, un luogo dove avvengono contatti, dove si apprendono nuove informazioni, nuovi concetti e nuove visioni, un mezzo di incontro tra noi stessi e il mondo che è fatto di altre persone.

L’abito, dunque, non è esclusivamente un vezzo, ma è un potente strumento di comunicazione che utilizziamo quotidianamente e senza sosta, al pari della voce, degli sguardi e dei movimenti del corpo. Uno strumento che ci rappresenta e sul cui tessuto si giocano incontri e scontri comunicativi che vanno al di là della superficie, costruendo racconti e dialoghi su diverse visioni del mondo.

L’abito diventa un strumento per raccontare, accogliere, affermare, ascoltare.

In sintesi esso è uno straordinario strumento di relazione.

Vivienne Westwood outfit 2014

E proprio per tutti questi motivi un abito è diventato parte della mia tesi di laurea: è stato compagno insostituibile in grado di aiutarmi a raccontare le fatiche, la gioia, e le scoperte del mio studio.

 

Il mio vestito di laurea ha avuto il compito di rappresentare me stessa nella messa in scena dell’ultimo atto del mio percorso di crescita (come studentessa, ma anche come persona), e a lui ho affidato la rappresentanza della mia posizione rispetto a quanto ho affermato nelle pagine della mia tesi di laurea, dedicata alla comunicazione nelle aziende, intesa come scambio comunicativo interno ai confini aziendali che si traduce poi in comunicazione verso il mondo, attraverso la produzione di documenti, come i bilanci, che diventano portavoce dell’identità di un’intera organizzazione nel mondo. Proprio come il mio abito è diventato testimone della mia umanità, del mio sguardo ironico verso il mondo, e anche di alcuni dei significati specifici del mio elaborato di laurea riguardanti la relazione e l’ascolto reciproco.

Yohji Yamamoto Spring-Summer 2014

Riflettendo su come mi sia venuto naturale cercare un abito che sentissi veramente mio (ovvero che sapesse dire a me quello che io volevo dire agli altri), ho pensato che per me l’abito è un gioco, un invito all’incontro.

Comme des Garçons shoes Spring-Summer 2014

Pleats Please Spring/Summer 2014

Considero l’abito come un confine su cui invitare gli altri a giocare, dove ogni invenzione e “trovata” diventano una sfida e un invito alla relazione, un dialogo aperto, un desiderio di scoperta reciproca, anche attraverso “affermazioni di tessuto” che possono apparire strane (o stranianti) o provocatorie rispetto al “senso comune”.

Issey Miyake Spring/Summer 2014

Mentre mi rendevo conto di questo ho pensato che alcune persone possono non aver voglia di giocare, e quindi possono decidere di scegliere il “silenzio dell’abito”, nascondendo però se stesse agli altri, eludendo la relazione e vestendo un’idea accettata. Forse queste persone cercano di essere rassicurate proprio perché un abito “silenzioso” (o muto) non apre nessun dialogo, si limita ad affermare concetti ed esistenze che si svolgono secondo regole codificate e comunemente accettate, e dunque, per definizione, non in discussione. Quel “silenzio cucito” trasforma il confine dell’abito in una frontiera, ovvero in un luogo su cui ci sono dei limiti, che rappresentano una chiusura verso ciò che sta oltre.

Mi è venuto da pensare che forse la paura del confronto può portare all’abito del silenzio.

Vivienne Westwood Spring/Summer 2014Io invece, nel giorno della Discussione della mia tesi, ho voluto proprio un abito che contribuisse alla discussione, rappresentando i significati della relazione intesa nel suo senso più esteso, divenendo simbolo stesso di alcuni dei concetti più divertenti (nel senso etimologico del termine, ovvero del di-vertire, del cambiare strada) della mia tesi.

Questo abito, mi ha accompagnata nel conquistare una laurea che agognavo da tempo, e gli sono riconoscente, perché mi ha testimoniata meglio di come io stessa sia mai riuscita a fare a parole.

Issey Miyake outfit Spring/Summer 2014

Silvia Parolina, ladysyla@gmail.com

 

 

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Comme des Garçons dress Spring/Summer 2014

I primi arrivi (Comme des Garçons, Junya Watanabe, Vivienne Westwood, Yohji Yamamoto, ad esempio) per la prossima primavera-estate stanno facendo la loro comparsa in negozio,

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Prima di salutarci con i consueti auguri per le imminenti festività, uno sguardo alle ultime attività del negozio, l’esposizione di Laura Stefani, Eva Franceschini ed Alessandro Zaffagnini, dal titolo:

Intrecci, trafori e gioielli veri

tutti d’oro, d’argento e… polimeri

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