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Sacai
La quasi decennale collaborazione con Junya Watanabe e Rei Kawakubo, non ha impedito ad Abe Chitose, designer del giovane marchio Sacai, di prendere le distanze dagli illustri maestri e dar forma ad una personale ed autonoma interpretazione sulla moda ed il vestire.

Mentre la cosiddetta scuola giapponese è più propensa a trattare l’abito per il suo potenziale artistico, Chitose lo riporta alla sua funzione originaria, quella di accessorio che deve adeguarsi ed essere compatibile con le diverse esigenze del quotidiano. Questa prospettiva, assolutamente concreta e pratica, dà rilievo alla scansione temporale e spaziale della nostra vita sociale e si impegna a risolverne le varie circostanze. Per farlo, Chitose ricorre agli schemi formali classici degli abiti di uso comune, soprattutto occidentali, ma non rinuncia a sezionarli per poi ricomporli applicandovi quella sensibilità poetica acquisita nel proprio ambiente formativo.

Nell’originale sincretismo tra oriente ed occidente, si ritrovano abiti a tubino, trench, blazer ed anche un esplicito tributo a Chanel, celebrazione, al contempo, di una femminilità intramontabile, dall’eleganza innata.

Senza farsi imbrigliare dalla noiosa monotonia della regolarità, Sacai spezza il ritmo introducendo accorti espedienti che tradiscono sistematicamente quanto i nostri occhi si aspettavano: sovrapposizioni di tessuti appena abbozzate; sobri punti di congiunzione tra stampe e materiali differenti; inaspettate increspature o faldoni mimetizzati dall’apparente prevedibilità delle forme.

Nel delicato equilibrio tra ricerca e ripetizione, a prendere il sopravvento è un’impeccabile, raffinata ed essenziale silhouette femminile.

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La colonna sonora della sfilata di Yohji Yamamoto lancia un indizio forte sull’ispirazione della stagione in corso. Il rock di Jimi Hendrix, a ben 40 anni ormai dalla prematura scomparsa, detta infatti il ritmo delle uscite, sincronizzando i battiti acustici ai colori e alle linee in passerella.

Yohji YamamotoMa la rocker plasmata da Yamamoto, non ha nulla a che vedere col look trasandato tipico delle sub-culture giovanili degli anni ’70. Lontana da prevedibili stereotipi e scontate rivisitazioni, la collezione articola proposte aderenti agli elevatissimi standard creativi del designer giapponese: alta sartoria; tagli asimmetrici; tessuti ricercati o ingegnati tout court. L’entusiasmo artistico azzarda persino una gonna gonfiabile in vinile trasparente, dotata di bottoni e pieghe ad effetto plissé. Se ogni capo è accompagnato da anfibi pesanti o infradito leggeri, non si tratta di rimarcare atmosfere e suggestioni metropolitane, ma di saldare alla quotidianità completi che, altrimenti, decollerebbero diretti negli esclusivi ambienti dell’alta moda.

Niente dunque di già codificato per uno dei più significativi precursori della cosiddetta scuola giapponese, proprio in questi mesi in esposizione presso le sale del prestigioso Victoria & Albert Museum di Londra. Un’occasione per comprendere e seguire le tappe formative e i temi portanti dell’estetica di un genio rivoluzionario del prêt a porter, le cui produzioni hanno ottenuto il riconoscimento di opere d’arte a tutti gli effetti, giustamente esposte e rese pubbliche, per almeno la durata di una mostra.

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